“Bessa”, una storia di violenze e soprusi nell’Italia del Sud appena finita la guerra

Mario Giacompolli è salito sul podio del concorso letterario, classificandosi al terzo posto

Prende il nome dalla famosa macchina fotografica, “Bessa”, il titolo del terzo romanzo classificato al Premio Guido Morselli per il romanzo inedito 2017, IX edizione, che ha visto il trionfo, alla “Casina Rosa” di Alessandro Ceccoli con “Henrico Valdez Moreno – il Gioco dell’oca” e il secondo posto all’opera “Madre del nulla” di Giovanni Dacò.
Il Premio varesino intitolato allo scrittore Morselli, dopo un intenso lavoro di lettura e di confronto tra i giurati – la giuria era composta quest’anno da Silvio Raffo, Antonio Armano, Alberto Buscaglia, Manuela Contato, Giuseppe Curonici -, ha riconosciuto una grande varietà e l’originalità degli argomenti proposti, come ha spiegato il presidente Silvio Raffo: «dal romanzo-cronaca, al racconto fantastico, dal pamphlet al romanzo neoverista, testimonianza di una genuina ispirazione nella narrativa contemporanea».
L’autore di “Bessa”, Mario Giacompolli, che vive nella provincia di Milano, a Bresso, da anni si dedica alla scrittura – ha dato alle stampe due romanzi: “Solo per amor tuo”, una storia di spionaggio durante il nazismo, nel 1938 e “Purché non si sappia”, una spy story al contrario, ambientata nella guerra fredda, dove i servizi segreti cadono vittima delle proprie trappole – ma da sempre coltiva l’arte della fotografia, sviluppando le pellicole dei suoi scatti in casa.
Uno dei giurati del Premio Morselli, il regista e direttore artistico del Premio Fogazzaro, Alberto Buscaglia, ha elogiato il romanzo fin dal titolo, perché “Bessa” è stata la sua prima macchina fotografica, entrata nella storia della fotografia, con la lunga serie di apparecchi, prodotti dalla Voigtländer & Sohn AG, dal 1929 al 1957.
“Bessa” – ci racconta lo scrittore – è una storia di fantasia ma non storia fantastica, perché si sviluppa a partire da un contesto preciso, la Calabria del 1943, caratterizzata da violenze e soprusi che sono retaggio di un passato feudale che si rigenera intatto nel presente.
Un romanzo, anche autobiografico che vuole attraversare, in maniera verosimile, uno spaccato della storia d’Italia, con le forti differenze tra nord e sud e la figura indimenticabile di un maestro, riproduzione esatta del maestro di quarta elementare dell’autore.
A partire dalla morte di un bracciante, un “nessuno” secondo i “galantuomini”, il romanzo si dipana attraverso scenari reali dell’Italia postbellica.
«La trama del romanzo narra la vicenda di un ragazzino – spiega Giacompolli – coinvolto in una vicenda drammatica di cui non capisce la causa ma subisce le conseguenze, come se la sua storia e quella dell’oggetto di cui è sospettato conoscere il segreto rimanessero indissolubilmente legate, nonostante lo scorrere degli eventi e il trascorrere del tempo».
Intanto, sotto gli occhi del lettore «passa l’Italia postbellica, con le lotte per la terra del secondo dopoguerra al cui interno emergono storie vere, come la morte di Giuditta Levato, uccisa da un barone che difendeva la “sua” terra; la Roma degli anni cinquanta, teatro dell’arrembaggio al potere che sfrutta persino la morte di Wilma Montesi trasformandola in scandalo politico, o la grottesca accusa di Guareschi a De Gasperi, di aver chiesto agli americani di bombardare Roma nel ’44.
Poi gli anni passano e parte dei segreti gelosamente custoditi viene alla luce, insieme alla ricognizione retrospettiva dei campi d’internamento fascisti, in particolare quello di Ferramonti di Tarsia, scomparsi nel nulla.
La comprensione di tutti i segreti non arriverà tuttavia che alla fine, rivelandone la protervia ma anche la banalità».
Come ha raccolto le fonti per scrivere il suo romanzo? «Per documentarmi ho attinto alle opere di alcuni scrittori calabresi, come Leonida Rèpaci e Carlo Spartaco Capogreco, grazie ai quali non si è persa la memoria di alcune delle pagine peggiori che costellano la nostra storia ma di cui si è persa la memoria.
Anche questo romanzo in fondo è un contributo a non dimenticare».


Linda Terziroli
01 giugno 2017 Dal giornale La provincia di Varese